Un mercoledì di nuvole grigie

Le 14:07 di un mercoledì. A Cagliari stanno andando in scena i riti dell’ora di pranzo: i ragazzi rientrano da scuola, le padrone di casa terminano di disporre sulla tovaglia, in bell’ordine, piatti e posate.

Dalle cucine arrivano odori di soffritti e verdure. Uffici e negozi sono chiusi e i treni che provengono dai paesi dell’interno stanno entrando in stazione. Non è però un mercoledì come gli altri, è il 17 febbraio del 1943, l’inverno più freddo degli ultimi cento anni e un inverno di guerra.

Alle 14:07 i riti dell’ora di pranzo si congelano, paralizzati da un suono che lacera l’operosa quiete delle vie urbane: la sirena dell’allarme antiaereo. Sei gemiti di trenta secondi feriscono l’aria e cambiano la prospettiva della giornata. Non due, non otto, sei: è importante saperlo, fondamentale ricordarlo, perché dopo il sesto squillo della sirena gli accessi ai rifugi vengono chiusi. Chi c’è, c’è. Nel 1943 il cagliaritano medio sa quale sia il rifugio più vicino al luogo in cui si trova, indicato da una grande R di vernice bianca in campo nero: grotte e cavità naturali (come Su Stiddiu), numerosissime a Cagliari insieme a pozzi e cisterne di epoca pisana o perfino romana, sono stati censiti fin dal 1938 e adibiti all’uso pubblico in caso di raid dal cielo, con poche modifiche per migliorarne la sicurezza. Anche i palazzi di nuova costruzione sono tutti dotati di rifugio antiaereo, mentre quelli più vecchi hanno subito un’opera di rafforzamento delle cantine con pali di ferro e travi di legno, per creare i rifugi “di circostanza”. Nessun ricovero pubblico è stato costruito ex novo in città e complessivamente il fabbisogno di protezione dei cagliaritani non può certo dirsi soddisfatto.

Ma loro non lo sanno, presi come sono dalle faccende della vita. Hanno imparato, nei precedenti anni del conflitto, a familiarizzare con lo squillo della sirena, la procedura per l’occupazione del rifugio, l’attesa per ore, stipati come bestie, in ambienti umidi e soffocanti, troppo caldi in estate e freddi d’inverno.

Una routine entrata a malincuore nelle loro vite, come uno spiacevole morbo.

Perché l’allarme antiaereo ha suonato, per la prima volta, solo pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra, il 16 giugno del ’40. Altri raid si sono susseguiti nel corso degli anni, più sugli aeroporti di Decimomannu, Elmas, Villacidro che sull’abitato, ma è a partire dal febbraio del ’43 che le vite dei cagliaritani iniziano a gravitare intorno ai rifugi, perché è allora che la manovra per la riconquista del Mediterraneo da parte degli Angloamericani si dispiega in tutta la sua potenza.

Non è un caso se la Sardegna, a posteriori, è stata definita “la portaerei del Mediterraneo”: dai suoi aeroporti – piccoli, poco equipaggiati ma in posizione strategica – decollano caccia e bombardieri che vanno a pizzicare i convogli inglesi che transitano nel Mare Nostrum, diretti principalmente verso Malta.

Danno fastidio. Oh, se danno fastidio!

Fermarli, schiacciarli, è dunque indispensabile per riprendere pieno possesso delle coste del Nordafrica. E poi, poi c’è l’operazione Mincemeat, l’idea folle – e per questo vincente – di depistare tutti sull’obiettivo di un prossimo sbarco in Italia: il nemico lo prepara in Sicilia, ma riesce abilmente a convincere gli italiani e l’alleato tedesco che avverrà in Sardegna. Come? Massacrando l’Isola di bombardamenti, come se volesse prepararsi il terreno. 

Alle 14:07 del 17 febbraio 1943, dunque, il mondo si ferma per un istante ad ascoltare l’urlo della sirena che si rovescia per le strade, dentro le case, poi tutto cambia radicalmente: la gente sciama verso i rifugi, incurante delle disposizioni che impongono di “avviarsi ordinatamente, senza schiamazzi”.

La città è come un formicaio impazzito, calpestato da piedi impietosi: centocinque velivoli americani stanno sganciando spezzoni e bombe a scoppio ritardato sull’abitato. Non è stato possibile avvistarli per tempo, perché quel giorno una cappa di nuvole grigie, pesante come un mantello di lana, opprime il cielo. E impedisce al nemico stesso di riconoscere i target militari previsti dal piano d’attacco. Per questo, sta sganciando su Cagliari anziché sull’aeroporto di Elmas. Mille e otto spezzoni piovono sulle teste dei cagliaritani, a partire da via Roma, risalendo verso Stampace e la rocca. Chi si trova sotto i portici di quello che è stato il salotto buono della città viene mitragliato. Si cerca salvezza dove si può.

Al suono della sirena Nina, giovane maestra di Cagliari in servizio a Iglesias, sta arrivando alla stazione sul treno che la riporta a casa. Tutti schizzano fuori dai vagoni, diretti al più vicino rifugio, e lei si avvia inconsapevolmente nella stessa direzione degli aerei. Risale lungo via Santa Restituta, fino ad arrivare quasi di fronte alla cripta, che è inspiegabilmente ancora chiusa.

“…davanti alla cripta adibita a rifugio scorse una piccola folla che aspettava, con la paura negli occhi (…) Tra queste persone riconobbe anche il volto noto di Tarquinio Sini, il caricaturista e disegnatore molto apprezzato in città. Pensò di unirsi a loro: forse il custode era in ritardo, ora avrebbe aperto gli accessi al rifugio e tutti si sarebbero messi in salvo. Era indietro di circa cinquanta metri lungo la via quando, come al rallentatore, lo vide: lo spezzone incendiario che pioveva dal cielo, sulla chiesa e sulla gente che aspettava rassegnata. Si gettò a terra, a ridosso del muro di un caseggiato vicino, coprendosi il volto con le braccia. “Sto per morire” pensò, in un istante di lucidità in cui si vide come dall’esterno “sto per morire, senza aver rivisto i miei, senza aver detto addio a mia sorella a Roma. Senza sapere se Josto è vivo. E Guido”, e l’idea di lasciare così tante cose in sospeso generò nel suo animo un impeto di ribellione.

«Non voglio morire!» urlò con quanto fiato aveva in gola, mentre l’onda d’urto dell’esplosione la investiva con estrema violenza. Ordigni esplodevano tutto intorno con rumore assordante. Gli spezzoni rivelavano subito i loro terribili effetti, incendiando ciò con cui entravano in contatto, le bombe invece erano state programmate per esplodere con notevole ritardo, in modo da causare più danni possibile. Il fetore del ferro fuso e del sangue pungeva le narici: Nina era arrivata all’inferno. La cupola della vicina chiesa di Sant’Anna fu mozzata e crollò con un fragore impressionante, e un centinaio di persone furono dilaniate dalle bombe” (da “Sulla soglia”, il nuovo romanzo di Giovanna Uccheddu (alias miss Peacock), in uscita a marzo 2020 per La Zattera Edizioni).

Alle 15,45 viene dato il cessato allarme, ma Cagliari impiega ben di più a leccarsi le ferite: il giorno successivo non va neppure in stampa il quotidiano locale. Ricompare solo il 19, nelle rivendite di giornali, con una serie di titoli dedicati all’incursione e ai suoi morti. Tra questi, Tarquinio Sini, caricaturista e disegnatore conosciuto e apprezzato, caduto tra la folla che aspettava l’apertura del rifugio di Santa Restituta.

Dopo il 17 febbraio gli allarmi si ripeteranno senza sosta: il 26, poi il 28, quindi a marzo, maggio e giugno, fino a rotolare, sempre più velocemente, verso l’estate, l’inizio dell’invasione della Sicilia con l’operazione Husky e della terribile guerra civile che, dopo l’8 settembre, insanguinerà l’Italia per altri due anni.

Di quel terribile febbraio, che oggi vogliamo ricordare, restano i segni degli spezzonamenti sulla palazzata di via Roma, sul Municipio, sui muri del Largo Carlo Felice.

Cicatrici sul volto di una bella donna. Restano i ruderi delle postazioni su cui si ergevano le batterie antiaereo e antinave, presenti sulla linea di costa dall’inizio del conflitto, al fine di proteggere la città dal fuoco che proveniva dal cielo. In seguito, a queste postazioni venne aggiunto l’arco di contenimento, costituito da piccoli bunker antiuomo, spesso camuffati da chiesette campestri, case e nuraghi, sui cui resti i nostri occhi si posano ogni giorno. Più nascosti, e spesso abbandonati, i numerosi rifugi, pubblici e privati, doloroso lascito di quei giorni di febbraio, che l’urbex va riscoprendo per riportare dal buio alla luce i sospiri, le lacrime, le preghiere e le paure di chi in quei ricoveri trascorse ore cruciali.

Miss Peacock

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