Mr. Martin, Miss Pam e la patria delle sardine.

Era la primavera del 1943 quando il cadavere di un maggiore dei Royal Marines fu ritrovato lungo le coste spagnole. Al primo veloce sguardo poteva apparire uno dei tanti poveretti che incontravano la morte per mare.

Ma non era così.

Legata a un braccio portava una cartella zeppa di documenti il cui contenuto avrebbe potuto cambiare le sorti della guerra. E forse  fu proprio così.

Pare l’introduzione di un bel thriller vero? Ma no, non lo è.  Si tratta di una storia vera, una delle tante che potremmo raccontarvi, che fa da sfondo al sito del quale vogliamo parlarvi oggi.

Quando gli amici di Sesamo 2000, che ringrazio ancora una volta, pubblicamente e moltissimo, ci hanno invitato a un’estemporanea “incursione” presso l’arco di contenimento di Quartu Sant’Elena ho fatto i salti di gioia.  Era da qualche tempo che stavamo pensando di farci un giro e l’occasione offerta era ghiotta e la compagnia graditissima.

Le idee sono tante, così come gli impegni.  Talvolta si accavallano aggrovigliandosi terribilmente come quelle lenze con le quali da piccolo provare a pescare.

Non sono mai stato un bravo pescatore. Va detto.

Non posso millantare al mio attivo prede significative, neppure una semplice sardina.

Quella delle sardine è una citazione, ma non politica. Non parlo mai di politica e con un pizzico di pazienza tra un po’ vi sarà tutto più chiaro.

Diciamo subito che dobbiamo fare un salto indietro fino agli anni della Seconda guerra mondiale. Anni bui, traboccanti di mille paure che turbavano il sonno degli italiani e non solo.

Quanto alla guerra dei cagliaritani, questi, per la prima volta dopo il fallimentare tentativo napoleonico del 1793, riprendevano a scrutare preoccupati l’orizzonte. Non doveva essere rassicurante. Dal mare, una volta ancora, sarebbe potuto arrivare il nemico.

All’inizio della guerra si temeva un possibile sbarco sulle spiagge. Successivamente, dopo il ferragosto del 1942 e le sciagurate bombe su Londra che sdoganarono i bombardamenti delle città non si temette tanto e solo i mezzi da sbarco quanto anche l’arrivo di formazioni di bombardieri.

Quelli carichi di bombe. Quelli con le margherite, le daisy cutter.

I primi non sono mai arrivati, i secondi purtroppo sì. Numerosi e su più ondate.

A differenza del 1793, la difesa dell’isola e in particolar modo della città di Cagliari non doveva essere affidata al Santo (sempre lui, Efis) o al libeccio ma a qualcosa di più tangibile e possibilmente strutturato.

Nel timore quindi di uno sbarco il Regio Esercito Italiano (REI) si adoperò e, in un periodo relativamente breve tra il febbraio e l’ottobre del 1942, realizzò un importante sistema di postazioni.  Per l’appunto anti-sbarco.

A est del capoluogo sorse l’arco di contenimento di Quartu Sant’Elena; a ovest quello di Capoterra. In entrambi i casi si trattava di un sistema difensivo con fortificazioni in calcestruzzo e batterie d’artiglieria controcarro.

Abilmente mimetizzate, aggiungo.

Ora non pensate al vallo atlantico. Rommel non frequentava le nostre spiagge e nessuno pensava fosse realmente possibile inchiodare sulle stesse le truppe nemiche. L’obiettivo, più realistico, era  piuttosto ritardare la progressione dei nemici. Si puntava a evitare  l’aggiramento della città in modo che i nuclei mobili avessero il tempo di organizzare la controffensiva.

Sulla qualità e quantità di calcestruzzo si fece spesso economia. Spesso si fece più affidamento sull’arte della mimetizzazione. Non è un caso se ancora oggi si ricorda il motto di quei giorni: “meno cemento più mascheramento”.

Sorse quindi una finta chiesa, un finto nuraghe ma anche un finto serbatoio. Il mascheramento era questo. A distanza di quattro secoli dalle solide torri aragonesi e di poco più di 150 anni dai forti piemontesi, dal santo e dal libeccio, la città conobbe quindi i “fortini” e il mascheramento.

Finisce sempre così. Si inizia tra mille buoni propositi e tutto termina nel solito grande compromesso.

Nella primavera del 1943 sembrò che questo sistema difensivo dovesse presto subire il battesimo del fuoco giacché gli inglesi misero in scena l’operazione Mincemeat (letteralmente: carne trita).

Sembrava un racconto di Ian Fleming (non lo cito a caso). L’intelligence inglese fece giungere alla deriva, sulla costa spagnola, un corpo esanime, che sembrasse vittima di un incidente aereo. Il cadavere indossava la divisa da maggiore dei Royal Marines e portava con sé molti documenti.

Alcuni riservati, altri no.

Nei primi si faceva riferimento a un imminente assalto alla “patria delle sardine”, la Sardegna. Operazione dal nome in codice Brimstone.

Negli altri, invece, una certa Pam spendeva parole dolci, colme d’amore, per il suo amato maggiore. Ora a servizio della patria. Le mancavano molto i suoi baci e voleva presto essere nuovamente stretta nel suo caldo abbraccio. Lui ora però stringeva solo una cartella di documenti. Freddo e rigido.

A parte il corpo era ovviamente tutto falso e congegnato nella speranza di depistare i servizi segreti dell’Asse. L’idea era far credere che fosse intenzione degli alleati sbarcare in Sardegna e Grecia e che, a copertura di quest’operazione, avessero messo in scena un possibile finto obiettivo: l’operazione Husky e lo sbarco in Sicilia.

Dopo i carri armati gonfiabili dell’Africa del nord, l’arte della guerra era anche questa.

L’operazione, per quanto bizzarra, ebbe il successo sperato, e i tedeschi ridisposero le loro forze proprio come volevano gli alleati, lasciando l’isola siciliana con scarse unità di difesa.

Il 9 Luglio 1943 gli alleati sbarcarono in Sicilia. William Martin (questo il nome di fantasia del presunto maggiore dei Royal Marines) e la sua amata Pam non si sposarono mai e le coste sarde non furono mai assaltate.

Questa volta ci andò bene e i fortini dell’arco di contenimento sono ancora lì.

Silenziosi testimoni di quei giorni di paura, camuffati, oggi, nel tessuto urbano.

Si stanno lentamente sgretolando, e forse proprio per questo è stato meraviglioso percorrere i suoi tunnel.

Non tutto il materiale che segue è farina del nostro sacco. Lo sono, certamente, le foto. Il video invece è di Emiliano Franciosi di Sesamo 2000 che ringraziamo ancora moltissimo oltre che Valerio e Angelo. Compagni di questa piccola ma entusiasmante avventura.

Mr. Black.

Il video dell’esplorazione.

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