Il cimitero abbandonato

Saraceni, corsari barbareschi, musulmani maghrebini e gentiluomini di quel calibro furono per molti secoli una delle peggiori piaghe del nostro mare mediterraneo.   A partire dall’VIII secolo dc non risparmiarono nessuno. Chi  abitava le coste lambite dal “mare bianco di mezzo” (così lo chiamavano i saraceni) non poteva dormire sonni tranquilli. E’ certo.  Le incursioni erano frequenti  e con esse i saccheggi, le deportazioni e gli eccidi dei malcapitati che non avevano altro da offrire se non la propria vita.

Tempi bui e in Sardegna le cose non andarono meglio. Se possibile, forse, peggio.

Tant’è che Pietro Martini (Cagliari 1800 – ivi 1866) nella sua “Storia delle invasioni degli Arabi e delle piraterie dei Barbareschi in Sardegna” (1861), lo definì il periodo più tenebroso della nostra storia.

Non è affatto difficile capire il suo punto di vista dato che  l’ultimo attacco saraceno da queste parti, siamo nel sulcis-iglesiente (sud Sardegna),  si verificò nel 1815. A distanza quindi di ben undici secoli, ma forse è più efficace dire 401.500 e rotti giorni (!!), quei poveretti avevano ancora a che fare con i predoni  che arrivavano dal mare. 

I fatti del 1815 si svolsero a Sant’Antioco e riguardarono oltre che la popolazione la guarnigione del forte di Su Pisu e il suo comandante: Efisio Melis. Si immolarono per salvare la popolazione. Ma questa è un’altra storia. Ne riparleremo. Forse.

Il mare portava la morte e la distruzione.  Era un dato di fatto.

Per avere una possibilità di sopravvivere era meglio rifugiarsi nell’entroterra, diffidando delle coste e magari affidando la propria salvezza oltre che ai chilometri alla chiesa.  Si avete letto bene, non sbaglio, scrivo chiesa e non Chiesa.  In gioco non c’era la sola salvezza dell’anima, meglio quindi fare affidamento anche alle robuste mura, interrotte da minuscole finestre e solidi portoni, di una chiesa per salvare la propria vita. A quella eterna ci pensavano dopo. Forse.

La storia di oggi riguarda una comunità, quella di Tratalias, che nel 1258 decise per i motivi di cui sopra di costruire il proprio futuro lontano dalla vicina Sant’Antioco.

Lontani dalle coste e quindi, forse, dai suoi pericoli. Distanti 20km dal mare e ben 17 metri dal livello dello stesso con un borgo costruito attorno ad una chiesa che poteva, all’occorrenza, tramutarsi nell’ultimo baluardo difensivo.

Si perché sono 17 i metri che separano il paese oggetto della nostra storia dal livello dell’acqua. Sembrano tanti, e forse lo furono, difesero gli abitanti, il vescovo e il clero e le sue ricchezze, materiali e immateriali, dai saraceni ma non furono abbastanza per difenderli dall’acqua almeno fino agli anni cinquanta del secolo appena trascorso.

In quegli anni in paese si rifece forte e viva la paura per l’acqua. Ancora una volta direi.

Questa volta però non quella salata del mare e degli invasori che questa ha veicolato ma bensì quella del rio Palmas.  Innocuo e placido finché non fu realizzato uno sbarramento, nel 1954, che comporto la nascita di un lago, artificiale, quello di monte Pranu.

Capiamoci, le intenzioni erano delle migliori dato che si volevano valorizzare le terre del basso Sulcis dando un nuovo impulso all’economia agro-pastorale.  Purtroppo però con le buone intenzioni arrivarono anche le infiltrazioni d’acqua e le numerose lesioni negli edifici circostanti nonché problemi di tipo igienico-sanitario.

Per risolvere questa situazione negli anni settanta si decise di costruire un nuovo villaggio ad uso dell’intera popolazione del vecchio borgo (quello costruito attorno alla solida chiesa).  A trasferirsi furono però solo i vivi. I morti e il suo vecchio cimitero non si spostarono neppure di un centimetro. Sono ancora lì, dimenticati. Gli abbiamo fatto visita per voi.

Andrea

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