Corre veloce

Trasformare il nero carbone in energia elettrica non è per tutti. Riuscirci ha rappresentato un punto di svolta per il genere umano. E’ stato un momento di demarcazione tra tempi letteralmente più o meno “luminosi”. Buio a parte quello che mi piace constatare è che i nostri tempi sono, tra le altre cose, privi di una costante del passato: il fuoco, la cenere, il fumo, la puzza del fumo e il fastidio (come ulteriore derivato di quanto appena elencato).
Avere a che fare con il fuoco, la cenere, il fumo e il suo puzzo non era poi un granché. Farlo quotidianamente anche per le cose più banali come il bisogno di illuminare era impegnativo.
Con l’avvento dell’energia elettrica tra il fuoco e la luce sembrerebbe non esserci più alcuna correlazione. Ma le cose non sono proprio così. Le fiamme ancora oggi si sollevano alte, non le vediamo è vero. Sono fuori dalla nostra vista, sono state delocalizzate. Lontane dalle nostre case divampano nelle caldaie delle centrali. Quelle termoelettriche. Apparentemente un disordinato groviglio di tubi, cavi, uomini e macchinari. Nelle realtà un prodigio ben studiato della moderna ingegneria. Le fabbriche della luce.
Delocalizzate. Nel caso della storia che andiamo a raccontare oggi sul delimitare della laguna di Sant’Antioco, vicino alla foce del Rio Santu Millanu. A circa 80 km da Cagliari. Scriviamo ancora una volta di una realtà industriale dismessa dell’iglesiente e quella dinnanzi a noi è la fabbrica della luce, la centrale elettrica abbandonata di Santa Caterina.
Come vi dicevo produrre la “luce” è un‘arte la cui tecnica richiede grande padronanza degli elementi. L’energia una volta prodotta va consumata, fresca. Non è possibile conservarla per periodi bui, occorre quindi essere molto bravi. Occorre dosare le energie.
Nell’isola con l’elettrificazione della stessa sorsero una serie di centrali termoelettriche e alcune idroelettriche. Il prefisso “termo” si deve al fatto che il generatore (elettrico) è mosso da una turbina a sua volta azionata dal vapore. Questo è prodotto dalla combustione tipicamente di carbone fossile, ma anche olio combustibile. Nel nostro caso, almeno nel progetto originale, manco a dirlo si trattava dal carbone del Sulcis. Se fosse stata idroelettrica la stessa turbina di prima avrebbe mosso analogo alternatore grazie alla legge di Bernoulli. Un’enorme massa d’acqua scorrendo impetuosamente in una condotta forzata lungo un salto di decine di metri avrebbe reso energia potenziale in moto all’asse della turbina Francis. Ma la nostra non è una lezione di fisica e neppure di ingegneria elettrica.
In un caso o nell’altro, dopo il fuoco, è l’acqua ad essere la protagonista. Vaporizzata o fatta precipitare dall’alto di una diga ma anche salmastra, prelevata dalla laguna per raffreddare i fasci tubieri dei condensatori delle caldaie.
Carbone minerale quindi fuoco e acqua, dunque. In questa zona non mancano.
La centrale di Santa Caterina fu realizzata in pieno periodo fascista, era il 1939 (o meglio Anno XVII) e in quegli momento storico non si parlava di delocalizzazione ma di autarchia. Eravamo stretti nella morsa (anche quella autarchica) e costretti ad intensificare, tra le altre cose, anche la ricerca di fonti energetiche.
Al momento dell’entrata in servizio la nostra centrale era un fiore all’occhiello del regime. Era equipaggiata con quattro generatori in grado di erogare una potenza complessiva di circa 40 MW. Per l’esattezza erano 40.320 i kW ma forse rende più l’idea dire che era in grado di illuminare circa 13.440 case. Dico quelle moderne, molte di più, figuriamoci, dell’epoca. Sono certo di avere reso l’idea. Questa centrale ebbe un’enorme impatto sulla rete elettrica sarda parliamo dato che in grado di coprire il 55% del fabbisogno dell’isola.
La nostra centrale rimase in funzione fino al 1964 dopo essere stata convertita per l’utilizzo di un carbone inglese prima e olio combustibile dopo. Da allora qualche idea di riqualificazione (quelle in cui gli architetti danno il meglio di sé), qualche impiego estemporaneo, poi la rovina e quindi è stato il nostro turno.
Abbiamo visitato il ventre della casa della luce. I suoi laboratori. Siamo entrati nel suo cervello: la sala di controllo. Abbiamo osservato le sale nelle quali erano installati i quadri elettrici di media tensione. Abbiamo mosso i nostri passi nei suoi enormi padiglioni che ospitavano il suo cuore pulsante: gli enormi generatori. Questi spazi sono ora vuoti. Silenziosi. Qualche capra è passata da queste parti assieme a molti graffitari. Ci possiamo solo immaginare di quando era in servizio. Il calore, la polvere, il roboante rumore del vapore, lo scintillio dei generatori. Immaginiamo di quei giorni. Di quando il calore prodotto da un antico carbone fossile vaporizzava fiumi d’acqua in una grande caldaia fatta di mille tubi. La pressione cresceva, gradualmente. Solo quando raggiunto il suo massimo e le pesanti lamiere della caldaia iniziavano a vibravano come erba al vento e le prime valvole sfiatavano fischiando il momento poteva dirsi quello giusto. Tutto era pronto. L’immensa energia di quella massa di vapore surriscaldato poteva finalmente sfogarsi sulle pale di una turbina. In un potente frastuono forse un misto tra lo stridere dei cuscinetti e il suono emesso dai fasci di tubi che come corde di un violino si contorcevano vibrando andava a trascinare alla folle velocità di 3000 giri al minuto un alternatore. Un generatore elettrico. Scintillante. Tra rotore e statore si stabiliva un movimento relativo e con esso si creava una tensione. Trasformata raggiungeva 70 kV. Enormi interruttori si chiudevano spinti da grandi molle d’acciaio armonico per evitare l’insorgere di archi elettrici e la corrente fluiva come un fiume in piena dai morsetti delle macchine elettriche fino a valle, grazie a lunghe linee elettriche fino le nostre case. So che le cose non andarono esattamente in questo modo ma mi piace pensarlo. L’energia prima racchiusa in un fossile di carbone era stata convertita. L’uomo aveva finalmente liberato quello che la natura in millenni aveva compresso e racchiuso nel minerale.
Un semplice click su un interruttore e come per incanto si stabiliva una connessione tra l’imponente alternatore e le nostre case. Tra la fabbrica della luce e le nostre vite. Avevamo la luce.
Corre veloce. La corrente su strade di rame.
Non seguiteci, è pericoloso. Leggeteci, è divertente.
Andrea
 
 
 

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