Come sulle montagne russe. Sotto il colle di San Michele a Cagliari

Sopra il colle, alla luce del sole, un castello. Sotto il colle, al buio, una galleria, i suoi numerosi gradini e una storia che dovete sentire.

Prendetevi un attimo di pausa e mettevi comodi.

Vi prometto che mi bastano 2 minuti.

Il colle è quello di San Michele e la storia di oggi si svolge a Cagliari.  

Dicevamo un castello. Edificato su complessità crescenti. Prima una torre, poi la seconda e così via fino al completamento della struttura. Iniziata nel X e terminata nel XIII secolo.

La città Giudicale si attestava nei pressi dell’area lagunare di Santa Gilla e quel colle pareva sorgere lì appositamente per ospitare un baluardo dal quale sorvegliare, controllare e difendere l’antico abitato.

Nei secoli bui, in quei giorni così lontani dai nostri, ci si doveva sentire rassicurati da quella sagoma che incombeva sul borgo.  Quando la fredda paura si faceva strada bastava un veloce sguardo verso il colle e son certo venisse rinnovata la calda certezza che nessuno, di non annunciato, li avrebbe potuti minacciare.

Così per secoli. Dopo i Giudici i pisani, poi gli aragonesi e con loro i Carròs (o Carroz) e l’ultima castellana: Violante Carròs.

Temuta e maledetta dal clero per l’assassinio di un sacerdote pare non abbia mai effettivamente abbandonato questo luogo e sembra che Violante, l’antica castellana, ancor oggi si mostri ai moderni casteddai.

Finita l’era dei Carroz  ufficialmente nel 1511 (salvo le implicazioni di sopra)  il castello per oltre un secolo fu abbandonato dai vivi per poi essere riutilizzato dai moribondi. Come lazzaretto. Sono gli anni tra il 1652 e il 1656, quelli dell’epidemia di peste. Quella che ha reso famoso il santo per eccellenza di Cagliari: Sant’Efisio.

Insomma Efis, lui.

Segue un altro secolo di abbandono e poi il nostro castello viene riproposto nella sua funzione originale: quella difensiva. Siamo nell’anno del signore 1793 e a minacciare la Sardegna non era più la peste bensì i francesi.  Di minaccia in minaccia.

Nel 1867  fu venduto al marchese Roberti di san Tommaso  che lo fece restaurare da Dionigi Scano e iniziò il rimboschimento del colle con pini d’Aleppo. Sono gli stessi alberi tra cui oggi amate fare jogging.

Dopo arrivò la Regia Marina, poi la guerra, la seconda mondiale, e dopo la Marina Militare, fino al 1977.

Poi noi.

Sotto il colle il tunnel. Dicevo.

Il protagonista annunciato della nostra storia. Realizzato tra il 1930 e il secondo dopoguerra dalla Regia Marina, poi Marina Miliare, come stazione radio trasmittente in opera protetta.

Quando si legge “opera protetta” non è un errore pensare a qualcosa che giace sottoterra annegato nel cemento armato. Non sbagliate.  E’ questo il caso. Un lungo “tubo” di spesso cemento in cui si intervallano numerosi ambienti in cui, in un tempo non troppo lontano, qualcuno lavorava, dormiva, mangiava e pregava maledicendo magari il Duce, la sua follia e la guerra. Forse. Quando le bombe del 1943 cadevano feroci su Cagliari, quella spessa coperta di cemento ha separato i vivi dai morti.

Come tutti i tunnel militari che si rispettino ha più ingressi. Uno nella via Sirai,  un secondo nella via Cinquini e uno alto ad una quota di poco inferiore a quella del castello.

Badate bene: alto.

E’ importante sottolinearlo. Credetemi.

Lo è perché erano gli anni Ottanta, quando un ladro d’auto al volante della sua refurtiva, una Fiat 500,  lo scelse come via di fuga. Le forze dell’ordine lo tallonavano, lampeggianti accesi e sirene spiegate, e lui pensò di sfuggire loro attraverso il tunnel.

Pessima idea. Direi.

Vi dico subito che non gli andò bene. Neanche un po’.

Questo perché dovete sapere che dopo pochi metri e alcune svolte a 45 gradi  il malvivente dovette fare i conti con una triste realtà costituita da quasi 200 gradini per forse 60-70 metri di dislivello.

Come nelle montagne russe, con le mani strette sul volante e occhi sgranati dalla paura. Ma non era in un parco di divertimenti. Di sicuro lui non si divertì molto. Anzi, fu senza dubbio un bruttissimo momento.

Questa rocambolesca fuga terminò con un vecchio classico. Lui, triste, livido e pesto per quella corsa in galleria,  con le manette ai polsi, l’eterno riposo, sul fondo della galleria, per la Fiat 500 fresca di furto.

Di lui abbiamo perso le tracce (e anzi, se qualcuno di voi sa parli, è una storia che vorrei conoscere)  della 500… no.

Assieme a qualche carcassa di Lambretta e di Vespa è ancora lì a ricordare che la legge, anche quella di gravità, non va sfidata.

Altro giro, altra corsa. 

La nostra di corsa invece è stata resa possibile grazie agli amici del circolo speleologico “Sesamo 2000” e il buon Valerio Musa che ringrazio pubblicamente. Moltissimo. Grazie di cuore.

Mr. Black

 

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